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Amaro: da medicina medievale a star del cocktail bar

Chi non ha mai chiuso una cena con un amaro? È uno di quei piccoli riti che appartengono al nostro quotidiano, tanto quanto il caffè al bar o la pasta della domenica. Un gesto semplice, quasi scontato, che in realtà racchiude una storia lunga secoli, fatta di erboristeria, tradizione popolare e cultura gastronomica. Perché dietro a quel bicchiere scuro e profumato non c’è solo un digestivo, ma un racconto liquido che attraversa il tempo.

Dai monasteri alle botteghe: gli amari di Abbazia

Se gli elisir medievali erano spesso il frutto degli esperimenti di alchimisti e speziali, gli amari di abbazia rappresentano i veri progenitori degli amari moderni. Venivano preparati all’interno dei monasteri, dove i monaci custodivano farmacie specializzate per curare i fedeli e i pellegrini con ricette tramandate dal latino e dall’arabo.

Gli ordini religiosi ebbero un ruolo fondamentale nella storia della liquoristica: basti pensare al Monastero della Chartreuse, che diede vita a uno dei liquori più famosi al mondo. I Francescani furono tra i più attivi, ma anche Benedettini, Cistercensi, Gesuiti e persino i Gesuati, noti come Frati dell’Acquavite.

I primi amari erano spesso prodotti mono-erba: infusi di una sola pianta dal potere specifico, come la genziana o l’assenzio. Accanto a questi si svilupparono i cosiddetti rimedi universali, vere pozioni di 70-80 erbe diverse, che promettevano di curare ogni malanno. Non sempre efficaci, ma certamente affascinanti.

La scuola nord europea: il fascino delle spezie

Dal Seicento in poi, con la nascita della Compagnia delle Indie e i commerci di spezie esotiche, il baricentro della liquoristica si spostò a nord. L’Italia, fino ad allora protagonista (con la Scuola di Salerno e le spezierie veneziane), perse centralità a favore di Olanda, Germania e Inghilterra.

È qui che nascono i Bitter, amari secchi e fortemente speziati, pensati per la digestione ma presto diventati compagni inseparabili dei banconi. Alcuni nomi restano celebri ancora oggi: il Magenbitter, il Boonenkamp o il Bitter all’uso di Hollandia, presentato all’Expo di Milano del 1881 e destinato a diventare un’icona.

Dalla stessa scuola arrivò anche il Fernet, frutto della collaborazione tra un medico svedese e Branca, nato a Milano come rimedio contro il colera a metà Ottocento, e diventato poi uno dei simboli internazionali dell’amaro italiano.

L’Ottocento e la nascita dell’amaro moderno

Il vero salto avviene nell’Ottocento. L’Italia è un Paese giovane, ma la passione per i liquori è già diffusa ovunque. Nelle città, i caffè diventano luoghi di incontro e sperimentazione: lì si bevevano i primi “digestivi”, che presto avrebbero preso il nome di amari.

Molti dei marchi storici nascono proprio in questo periodo, spesso legati a una ricetta familiare o a un farmacista intraprendente che decide di imbottigliare e vendere il proprio “elisir”. L’amaro smette di essere medicina e diventa piacere. Non più solo rimedio, ma simbolo di ospitalità: a fine pranzo, “offrire un amaro” era un gesto di cortesia che sanciva la convivialità.

Curiosità: alcuni medici dell’epoca lo prescrivevano ancora come tonico per “riequilibrare lo stomaco pigro”. In pratica, una scusa elegante per concedersi un bicchierino.

Scuola alpina e mediterranea: l’Italia in un bicchiere

Oggi gli amari italiani si possono leggere attraverso due grandi “scuole” di gusto: alpina e mediterranea.

  • La scuola alpina è più amara e balsamica, figlia di una cucina ricca di grassi animali e quindi bisognosa di digestivi potenti. Qui troviamo la genziana come regina, insieme alla menta selvatica, al nocino e all’assenzio. Sono amari strutturati, spesso a gradazione più alta, capaci di “pulire la bocca” dopo piatti sostanziosi.
  • La scuola mediterranea, invece, è più solare e agrumata, nata da una cucina ricca di verdure, legumi, pesce e condimenti vegetali. Il profilo aromatico è dominato da arancia, limone, eucalipto e ulivo, con una percentuale zuccherina più elevata che li rende più morbidi e avvolgenti.

Due anime complementari: severa e balsamica quella alpina, calda e luminosa quella mediterranea.

Dalla tavola al bancone del bar

Per decenni l’amaro è stato “il liquore della domenica”, quello da tirare fuori dopo il pranzo in famiglia o le grandi occasioni. Poi, quasi improvvisamente, è tornato protagonista anche fuori di casa e fuori dai ristoranti. E’ arrivato nei Bar.

Negli ultimi anni i bartender l’hanno riscoperto come ingrediente versatile: basta pensare a spritz con base amaro, a twist del Negroni o a sour moderni dove l’amaro aggiunge profondità. Non è più solo un bicchierino a fine pasto, ma un compagno creativo dietro al bancone.

E non solo in Italia: a New York, Londra o Berlino, gli amari italiani sono diventati simbolo di autenticità. In un mondo che cerca sapori veri e tradizioni radicate, l’amaro è un ambasciatore perfetto.

 

Tonica: chi ha detto che funziona bene solo con i Gin?

Uno degli accostamenti più recenti e più indovinati per gli amari è quello con la tonica. Quest’ultima ha il ruolo di rinfrescare le note dell’amaro e trasformarlo così in un possibile aperitivo.
Uno degli amari che funzionano meglio in questo senso è Amaro Insolito Fragrante, che unisce una grande storia tradizionale di famiglia a note fresche e balsamiche.
Fragrante nasce nel 1927 nel sud Italia grazie a Nonno Luigi ed il suo sapere che si tramanda fino ad oggi con l’obiettivo di far conoscere la sua storia. La storia ha inizio a Sorrento, dove il bis nonno Luigi abitava.
Ogni anno, durante il mese di settembre, si rintanava nella baracca sul retro a produrre le sue scorte di amaro. Gli ingredienti che componevano le basi della ricetta erano semplici: rami di rosmarino e scorze di limoni appena colti ne costituivano il corpo. Il primo dalle note di pino e fiori, le seconde dal carattere fresco e delicato. E infine, una miscela segreta di erbe della costa.
L’unione tra 40 ml di Amaro Fragrante e 90 ml di Berbech Tonic Water dà vita a un Amaro&Tonic rinfrescante, estivo e adatto ad un aperitivo con taralli pugliesi e olive di qualità.

Bitter o Amaro? Il Negroni può cambiare

Il Negroni è iconico, lo sappiamo bene, e solitamente si prepara con parti uguali di Gin, Vermouth e Bitter. Ma quest’ultimo ingrediente fa dell’amaro la sua centralità: sostituirlo con un amaro fornisce nuove note insolite e più complesse.
Lo prepariamo con Amaro Venti, che nasce dall’unione di 20 botaniche lavorate secondo i più antichi metodi liquoristici italiani. Da questa combinazione nasce una moderna interpretazione del classico amaro italiano. Grande attenzione viene data alla fase di miscelazione delle erbe ed estrazione degli aromi. E’ qui infatti che la magia si compie e ciascuna botanica viene esaltata nella sua tipicità. Il palato richiama immediatamente sentori di arancia e rabarbaro, seguiti da note mediterranee e fresche. Percezioni terrose e calde si uniscono armoniosamente creando un corpo bilanciato, prima che la genziana e altre botaniche alpine diano spazio ad un lungo e gentile finale amaricante.
Prepariamo l’Amaro Negroni con:

  • 30 ml di Amaro Venti
  • 30 ml di Vermouth Rosso Chazalettes
  • 30 ml di Fifty Pounds Gin

Mescolare e servire on the rocks.

Un drink da sorseggiare con calma godendone appieno tutte le infinite note di complessità. Un aperitivo a bordo piscina da sorseggiare accompagnandolo a una selezione di pecorino con miele.

Hanky Panky, un grande classico dimenticato. O forse no?

La storia dell’Hanky Panky inizia al celebre Savoy Hotel di Londra all’inizio del XX secolo, quando l’attore Charles Hawtrey chiese al suo cocktail preferito una bevanda energizzante. La prima e unica barlady della storia dell’hotel, Ada Coleman, ideò una variante del cocktail Manhattan, sostituendo il whiskey con il gin, mantenendo il Vermouth Rosso e aggiungendo una piccola quantità di Fernet. Il nome “Hanky Panky” fu esclamato da Hawtrey, che intendeva con questa frase gergale indicare la magia e la perfezione della bevanda, che da quel momento divenne un classico.
Anche in questo caso il Fernet occorre per dare aromaticità e parte amaricante, perché non provare a sostituirlo con un amaro?
Qui utilizziamo Amaro Mzero: l’amaro realizzato a Diamante da Raffaele Cammarella è il primo liquore al mondo realizzato con acqua di mare e cedro. Un amaro capace di ricordare il sapore dell’estate in Calabria, un particolare che ha spinto i giudici del World Liqueur Awards a premiare Mzero Sea Amaro sia nella categoria dei World’s Best Bitter che dei Best Italian Bitter. Il suo profilo aromatico è intenso, di arancia cotta e radici vegetali. Generoso di erbe con presenza di menta e mentastro verde. Gusto complesso di zucchero caramellato, arancia, agrumi, cannella, erbe e spezie. Stessa cosa dicasi per il finale, complesso, con note di arancia amara e dolcezza in chiusura. Piacevole amarezza nel retrogusto. Molto elegante.

La presenza della menta tra le botaniche ci consente di utilizzarlo come un fernet nell’Hanky Panky all’italiana, ecco la ricetta:

  • 40 ml Ginepraio Gin
  • 40 ml Vermouth Rosso Chazalettes
  • 10 ml Amaro Mzero

Mescolare e servire in coppetta con una zest di limone.

Amaro, tra memoria e futuro

L’amaro è un pezzo di memoria collettiva: ci riporta ai pranzi di famiglia, ai brindisi improvvisati, agli amici seduti attorno a un tavolo. Ma allo stesso tempo guarda avanti, pronto a reinventarsi nei cocktail bar e nei gusti delle nuove generazioni.

Che sia Fragrante Insolito, MZero o Venti, l’importante è lasciarsi trasportare da quello che l’amaro rappresenta: un invito alla convivialità, alla scoperta e, perché no, a un po’ di sperimentazione. Perché l’amaro non è mai solo un sorso: è una piccola storia italiana, tutta da raccontare.

Amari / Bitter

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