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A cura di Gianluca Castellano, Sommelier professionista. Collabora con l’Associazione Italiana Sommelier alla realizzazione della rivista Mangiavino e di Vitae, la guida dei vini d’Italia.
L’Italia è un mosaico di vitigni autoctoni, un patrimonio unico al mondo. Alcuni di questi vitigni si rivelano sorprendenti anche nella spumantizzazione, regalando bollicine sorprendenti e piene di carattere. Dal celebre Glera del Prosecco, simbolo della convivialità veneta, al Verdicchio marchigiano, capace di esprimere grande eleganza e longevità anche in versione metodo classico, fino al Catarratto siciliano, che con le sue note calde e avvolgenti di pasticceria conquista al primo sorso. Pronti per questo viaggio?
Valdobbiadene è una terra straordinaria, da secoli vocata alla viticoltura, che ha saputo conquistare il mondo con un vino tanto amato quanto rappresentativo del territorio.
Piccoli vigneti disposti su strette terrazze erbose chiamate ciglioni, dolci dorsali collinari, borghi medievali, boschi e coltivazioni: un mosaico paesaggistico di rara bellezza, scolpito nei secoli dalla mano dell’uomo, che ha saputo modellare la natura con rispetto e armonia. Il risultato è un paesaggio a scacchiera, dove i filari si alternano in pendenze vertiginose, paralleli o perpendicolari al crinale.
Siamo nella provincia di Treviso, in Veneto. I primi confini viticoli furono tracciati già negli anni Trenta del Novecento, ma la tradizione vinicola della zona affonda le radici molto più indietro nel tempo. Dopo le invasioni barbariche, fu nel Medioevo che la coltivazione della vite riprese vigore, grazie all’impulso di monasteri e nobiltà locale.
Un passaggio fondamentale avviene nel 1868, con la fondazione da parte di Antonio Carpenè della Società Enologica Trevigiana, che diede avvio a una vera e propria rivoluzione vitivinicola. Poco dopo, nel 1876, nacque anche la Scuola Enologica di Conegliano, la prima accademia specializzata in Italia.
A livello geologico, le colline di Valdobbiadene non sono di origine glaciale o morenica, come spesso si crede, ma tettonica: antichi depositi di materiali sciolti che, in seguito a spinte endogene, si sono trasformati in rocce e sollevati. Parallelamente, l’azione erosiva degli agenti atmosferici ha scolpito le attuali morfologie collinari.
Il clima è temperato, con stagioni ben definite e adeguate precipitazioni. Durante la fase di maturazione degli acini, le correnti fresche che scendono dalle Prealpi e i fenomeni di inversione termica generano importanti escursioni termiche, favorendo lo sviluppo aromatico delle uve.
Il cuore produttivo del territorio è rappresentato dalla Denominazione Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, riconosciuta nel 2009. All’interno di essa si trovano 43 Rive, ovvero vigneti particolarmente ripidi e difficili da lavorare, ciascuno con suolo, esposizione e microclima distintivi.
Nelle Rive, la resa per ettaro è contenuta tra 80 e 120 quintali, le uve vengono raccolte esclusivamente a mano e in etichetta è obbligatoria l’indicazione del millesimo.
Valdobbiadene ha saputo andare “oltre il Prosecco” come semplice vino da aperitivo, dimostrando versatilità, territorialità e carattere. Le migliori espressioni di questa terra riescono oggi a combinare fragranza e finezza aromatica con equilibrio e sapidità, restituendo nel calice l’anima più autentica delle sue colline eroiche, oggi riconosciute Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
Nel cuore scosceso delle Colline del Prosecco, a Combai, una delle 43 “Rive” riconosciute, nasce il Trèser Brut. Frutto di una viticoltura eroica, dove ogni grappolo viene raccolto a mano su terrazzamenti impervi, questo spumante conquista con la sua cremosità, la vivacità e una delicatezza fruttata.
Perfetto per l’aperitivo, accompagna con disinvoltura cicchetti veneti, pani ripieni, salumi, ma anche piatti delicati come pesce al vapore e uova. Una produzione limitata, dove la qualità vince sempre sulla quantità.
Scendiamo ora nel centro Italia, nelle Marche, dove Il Verdicchio è uno dei vitigni a bacca bianca più importanti d’Italia.
Le Marche sono unanimemente riconosciute come la sua terra d’elezione, anche se le origini del vitigno sono ancora oggetto di dibattito. L’ipotesi più accreditata lo lega all’arrivo di coloni veneti, chiamati a ripopolare la regione dopo una devastante epidemia di peste.
La storia recente del Verdicchio è legata a numerose interpretazioni, anche fuori dai confini marchigiani, ma non vi è dubbio che la sua massima espressione si realizzi nel Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC.
Quest’ultimo nasce esclusivamente nelle zone collinari al centro della provincia di Ancona e in una porzione limitata di quella di Macerata.
Il territorio di produzione si presenta come un vero e proprio anfiteatro naturale: le colline, rivolte verso il mare, ne respirano le brezze e si lasciano permeare dai suoi profumi, creando un microclima unico.
A fare da contraltare alla vocazione marittima, la presenza imponente del Preappennino marchigiano, attraversato dal fiume Esino e punteggiato da ben 24 “Castelli”, autentiche icone storico-paesaggistiche, che imprimono al vino una forte connotazione territoriale.
Sebbene il Verdicchio dei Castelli di Jesi sia celebre nella sua versione ferma, negli ultimi decenni ha saputo ritagliarsi un’identità precisa anche come spumante, grazie alle caratteristiche intrinseche del vitigno.
La spumantizzazione è un fenomeno relativamente recente, sviluppatosi nel corso del Novecento e in particolare tra gli anni ’60 e ’70, con i primi esperimenti condotti attraverso il metodo Charmat (in autoclave), cui si è poi affiancato l’uso del più pregiato metodo classico (rifermentazione in bottiglia).
L’elevata acidità, la spiccata struttura e la naturale sapidità rendono il Verdicchio particolarmente adatto alla spumantizzazione, sia nella versione brut che pas dosé.
Pur non essendo ancora molto conosciuto a livello internazionale, il Verdicchio spumante sta conquistando un crescente apprezzamento tra sommelier e appassionati, che ne riconoscono la qualità e l’unicità.
L’utilizzo di un vitigno autoctono fortemente identitario dona a questi spumanti una personalità ben definita, capace di raccontare il territorio con autenticità, freschezza e stile.
Molti sanno che lo Champagne é stato creato nella seconda metà del XVII secolo da Dom Perignon, frate benedettino di Hautvillers. Pochi sanno invece che nel 1622, cioè 46 anni prima dell’Abate francese, il medico fabrianese Francesco Scacchi aveva introdotto il concetto di rifermentazione in bottiglia in un’opera intitolata “De salubri potu disertatio”. In quest’opera si racconta il medico fabrianese parla della rifermentazione naturale in bottiglia, utilizzando bianchi marchigiani.
Lo spumante ottenuto con il “Metodo Scacchi” si distingue dallo Champagne ed altri prodotti nazionali ed esteri Metodo Classico per l’utilizzo degli stessi zuccheri del mosto d’uva per innescare la rifermentazione in bottiglia invece dell’aggiunta abituale del liqueur de tirage.
Un Verdicchio metodo classico che sorprende per la sua eleganza salina, le note floreali di sambuco e una freschezza agrumata perfettamente equilibrata. Il Musa Brut nasce a Cingoli, nel cuore delle Marche, alle pendici del monte San Vicino, in un terroir sospeso tra mare e montagna.
La tenuta, certificata SQNPI, pratica la lotta integrata e crede in una viticoltura armonica. Lo abbiniamo con ostriche, frutti di mare crudi, salmone al cartoccio, ma anche passatelli e carbonara. Sì, avete letto bene.
La storia dello spumante in Sicilia è meno antica rispetto a quella di regioni come il Piemonte o la Lombardia, ma è profondamente affascinante perché intreccia la tradizione vitivinicola dell’isola con la voglia di innovazione e riscoperta del territorio. La produzione di spumante in Sicilia prende forma soprattutto negli ultimi decenni del Novecento, anche se le basi erano già state gettate con la valorizzazione di alcune uve autoctone. L’Isola ha una tradizione vinicola millenaria, risalente ai Greci e ai Fenici, ma per secoli è stata legata soprattutto alla produzione di vini liquorosi , come il Marsala e vini fermi da taglio, molto alcolici e strutturati, usati per rinforzare vini del Nord Europa.
L’idea di fare spumanti in Sicilia è nata con una rivalutazione del territorio e delle sue uve autoctone, che ha preso piede a partire dagli anni ’80 e ’90, quando la viticoltura siciliana cominciò a puntare sulla qualità e non più solo sulla quantità.
Negli anni ’90 alcune cantine iniziarono a sperimentare la spumantizzazione, sia con metodo Charmat sia con metodo classico, utilizzando uve come Catarratto, Grillo, Inzolia, Nero d’Avola (vinificato in bianco o rosato) e Carricante (in particolare sull’Etna)
Tra le prime zone a emergere ci sono l’Etna, con le sue altitudini fresche e i terreni vulcanici, e l’entroterra palermitano, dove alcune aziende pionieristiche hanno sperimentato anche il Pinot Nero e lo Chardonnay.
Gli spumanti dell’azienda vinicola siciliana Vaccaro si distinguono per diversi aspetti che riflettono la loro dedizione alla qualità e alla valorizzazione del territorio.
Vaccaro produce il suo Metodo Classico millesimato Sicilia DOC 2021 utilizzando esclusivamente uve Catarratto. Le uve provengono da un vigneto storico situato vicino al centro aziendale a Salaparuta, composto da 14 filari con 1.693 ceppi di oltre 35 anni.
Il risultato è uno spumante dal colore paglierino con riflessi dorati e un perlage finissimo. Al naso emergono note di piccola pasticceria profumata agli agrumi, mentre al palato si presenta ampio e cremoso, con piacevoli ritorni agrumati.
Da provare con linguine agli scampi, agnello, pesce alla griglia. Ma anche da solo, per chiudere al meglio la giornata, guardando il tramonto in totale relax.