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Negli ultimi anni, parlare di bollicine italiane significa partire da un numero strabiliante: quasi 1 miliardo di bottiglie prodotte.
Ma dentro questo numero c’è una distinzione fondamentale, soprattutto per chi lavora in sala o dietro un banco: la differenza tra volume e valore.
Il Metodo Classico rappresenta ancora una nicchia — circa 37 milioni di bottiglie — ma è una nicchia in crescita, sia in termini di percezione sia di qualità.
Negli ultimi cinque anni, infatti:
E qui succede qualcosa di interessante.
Se il Prosecco domina i numeri, è il Metodo Classico che costruisce identità, margine e racconto.
Franciacorta resta il riferimento indiscusso: una denominazione che ha costruito negli anni un posizionamento solido nella ristorazione con quasi 20 milioni di bottiglie e un mercato fortemente domestico.
Trento DOC sviluppa circa 10 milioni di bottiglie e cresce in modo costante (+35% in cinque anni).
Ma nuovi territori emergenti iniziano a farsi spazio con dinamiche sorprendenti:
Alta Langa, circa 3 milioni di bottiglie (+131% rispetto al 2018). Piace per il gusto verticale ed austero dovuto alla forte presenza del pinot nero e per l’altitudine che esalta l’acidità.
Marche dove sempre più produttori stanno sperimentando il Metodo Classico su base Verdicchio, valorizzandone acidità e sapidità naturali. Non è solo innovazione. È, in qualche modo, un ritorno. Di fatto già nel 1622, il medico e studioso marchigiano Francesco Scacchi nel “De Salubri Potu Dissertatio” descrisse in maniera dettagliata i fenomeni della rifermentazione in bottiglia.
Tre calici, tre paesaggi, tre filosofie
Ci sono territori che sorprendono quando smettono di imitare e iniziano a interpretare.
A Cingoli, tra i crinali che guardano il Monte San Vicino e il Conero, il Verdicchio prende una strada diversa. Non più solo vino fermo, ma Metodo Classico.
Musa nasce qui, da vigneti attorno ai 400 metri, su suoli calcarei ricchi di limestone. Il risultato non è solo un’alternativa: è un linguaggio diverso.
La delicatezza degli agrumi, del biancospino e del sambuco acquistano brio con una sapidità che arriva diretta e una freschezza che non cerca eleganza, ma precisione. È un Metodo Classico che non prova a somigliare a nulla. Ed è proprio questo il punto. Semplice e diretto, conquista anche i giovani per la sua facilità di beva e versatilità negli abbinamenti.
“Ritorno in Alta Langa” non è solo un nome. È un gesto.
La famiglia Piazzo decide nel 2019 di tornare nei luoghi da cui tutto era iniziato: San Bovo di Castino, oltre i 600 metri, tra boschi, marne e arenarie.
Qui, molto prima dei grandi nomi del vino piemontese, si costruiva una relazione con la terra fatta di fatica e continuità. Il nonno trasportava legna verso Alba, su un carro trainato da buoi. Oggi quel simbolo è ancora nel logo.
E in mezzo, la storia del Metodo Classico italiano: nel 1865, poco distante, nasceva a Canelli il primo spumante italiano rifermentato in bottiglia.
Il vino di Piazzo si inserisce esattamente in questa linea temporale. Non come revival, ma come evoluzione. I vigneti si collocano tra i 250 e i 680 metri: lo Chardonnay cresce su marne blu, più fini e ricche di limo mentre il Pinot Nero si spinge più in alto, tra arenarie compatte, la cosiddetta Pietra di Langa.
Questa alternanza si ritrova nel bicchiere: tensione e rotondità , freschezza e profondità, immediatezza e stratificazione.
Il profilo aromatico è classico, ma mai scontato: frutta bianca, crosta di pane, una traccia di frutta secca. È un Metodo Classico che non vuole dimostrare nulla. Semplicemente vuole essere bevuto.
E forse è proprio questa la sua forza.
Se c’è una parola che descrive Santus, è “scelta”. Alla fine degli anni ’90, animati dalla comune passione per il mondo del vino e dalla scelta di sposarsi, Maria Luisa Santus e Gianfranco Pagano comprendono che la terra in cui era nata Maria Luisa e che ospitava Gianfranco, la Franciacorta, sarebbe diventata la loro scelta di vita. Diciamo che decisero di condividere tutto: la vita, i sogni… e anche le vigne. Ed è proprio da questo doppio “sì” nasce il progetto Santus.
L’idea era quella di costruire un progetto a lungo termine e sin da subito, con questo obiettivo, Maria Luisa e Gianfranco si sono trovati a un bivio fondamentale e una decisione da prendere: da un lato creare subito una grande struttura d’immagine, molto appariscente ma senza fondamenta solide, dall’altro costruire un percorso lento e concreto, partendo dalla terra, dalla produzione e dalla qualità. Hanno scelto senza esitazioni la seconda.
L’obiettivo era produrre tra le 90.000 e le 100.000 bottiglie l’anno. Per farlo, era necessario piantare, attendere, e costruire un progetto in grado di autofinanziarsi: vendere l’uva nei primi anni, poi via via sempre meno, accumulando bottiglie e crescendo in modo sostenibile. In questo modo i flussi di cassa avrebbero permesso investimenti graduali, evitando scelte affrettate o strutture sproporzionate alle nostre dimensioni.
La prima vendemmia del 2005 fu di 4.300 bottiglie. Oggi, con la vendemmia 2025 appena tirata, hanno raggiunto circa 95.000 bottiglie: un traguardo che rappresenta esattamente la visione iniziale.
Il punto non è quanto producono. È come.
Non come storytelling, ma come pratica: agricoltura biologica, autonomia energetica, recupero delle acque piovane, studio del suolo attraverso biodiversità (progetto BIOPASS)
L’idea è semplice e radicale: un terreno vivo non ha bisogno di essere forzato.
Nel mondo delle bollicine si cerca spesso l’acidità. Santus sceglie di aspettare con una vendemmia leggermente tardiva, per ottenere maggiore maturità aromatica, più struttura, grande equilibrio tra freschezza e complessità
E qui entra il Satèn. 100% Chardonnay, pressione più bassa, affinamenti più lunghi
Ma soprattutto niente cuvée multi-annata, nessuna standardizzazione, ogni bottiglia è una fotografia dell’annata.
Una parte fermenta in legno, non per stile, ma per aggiungere profondità.
Il dosaggio è minimo, spesso quasi assente. Il risultato non è solo cremosità. È un Franciacorta che cerca armonia.
Tre produttori, tre visioni
Qual era il sogno?
• Musone: dare al Verdicchio una voce nuova
• Piazzo: tornare a casa, e farlo attraverso il vino
• Santus: costruire qualcosa che durasse nel tempo
La filosofia?
• identità varietale
• equilibrio territoriale
• rispetto dell’annata
Gli abbinamenti?
• Musa: tempura, frittata alle erbe, mozzarella di bufala
• Alta Langa: carbonara, salumi, formaggi giovani
• Satèn: risotti, pesce, cucina delicata e raffinata
Il Metodo Classico italiano oggi è questo: non una categoria, ma una conversazione.
Tra territori, altitudini, vitigni e scelte produttive. E forse, per chi lavora nell’horeca, la domanda giusta non è più “quale Metodo Classico mettere in carta?” ma quale storia voglio raccontare attraverso un calice?