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di Gianluca Castellano
La prima cosa che colpisce incontrando Vincent Mugneret è ciò che non fa. Non ama mettersi al centro della scena. Parla poco di sé e molto delle sue vigne. È un dettaglio che potrebbe sembrare marginale, ma dopo aver degustato i suoi vini diventa la chiave per comprendere l’intero domaine.
In un’epoca in cui il produttore a volte è più importante del luogo che rappresenta, Vincent non lascia una firma riconoscibile, ma fa in modo che sia il terroir a parlare.
Sembra una frase fatta, eppure basta mettere nel bicchiere le sue bottiglie per capire che qui non è marketing, ma una vera filosofia di vita.
La storia della famiglia Mongeard affonda le proprie radici a Vosne-Romanée fin dal 1620 e attraversa quattro secoli di Borgogna fino alla nascita del Domaine Mongeard-Mugneret nel 1945. Oggi il patrimonio comprende oltre trenta ettari distribuiti tra alcune delle appellation più prestigiose della Côte de Nuits, dai Bourgogne ai Grand Cru di Richebourg, Échézeaux, Grands Échézeaux e Clos de Vougeot. Un patrimonio straordinario che potrebbe facilmente indurre a vivere di rendita. Invece accade esattamente il contrario.
La sensazione è che ogni parcella venga affrontata con lo stesso rispetto, indipendentemente dal prestigio scritto in etichetta. Per Vincent non esistono vigne minori, ma soltanto luoghi diversi, ciascuno con un carattere che merita di essere interpretato senza forzature.
Questo approccio emerge anche nei dettagli più nascosti. Pochi sanno, ad esempio, quanto tempo dedichi alla scelta del legno. Le querce vengono selezionate personalmente nelle foreste francesi e le doghe riposano per anni nel domaine prima di diventare botti.
Un lavoro meticoloso che ha un obiettivo quasi paradossale: fare in modo che il legno non si senta.
Tutto ciò che potrebbe distrarre dalla voce del vigneto viene progressivamente eliminato.
Ed è proprio nel calice che questa filosofia trova la sua espressione più autentica.
La prima impressione non è quella della potenza, ma della precisione. Poi, lentamente, emergono le differenze. Bastano poche centinaia di metri perché il Pinot Noir cambi voce.
A Gevrey-Chambertin si esprime con profondità e autorevolezza;
a Chambolle-Musigny diventa lieve, quasi impalpabile;
a Vosne-Romanée acquista sensualità e complessità speziata.
Vincent non cerca mai di uniformare queste identità. Al contrario, sembra quasi scomparire per lasciare che ogni terroir trovi il proprio linguaggio.
Ed è forse questo il tratto che più mi ha colpito degustando Mongeard-Mugneret. Dopo qualche calice si smette di cercare la mano dell’enologo e si comincia a riconoscere il luogo. È una differenza sottile, ma enorme.
In una Borgogna sempre più identificata con quotazioni record e bottiglie irraggiungibili, Mongeard-Mugneret continua a ricordare che il vero lusso non è possedere il vigneto più famoso, ma avere l’umiltà di ascoltarlo. Perché, in fondo, i grandi vignaioli non sono quelli che riescono a far parlare di sé. Sono quelli che, con pazienza e discrezione, lasciano che sia la terra a raccontare la propria storia.